Associazione Artistico-Culturale Synodia

 

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Le Meridiane delle Marche

“La Misura del tempo”

di

ALBERTO CINTIO

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Fermo, palazzo comunale in Piazza del Popolo: meridiana realizzata nel secolo scorso e più volte restaurata. Sono visibili in rosso le linee di costruziuone.

1 - MENHIR E GNOMONI

La lingua greca per indicare il tempo ha due vocaboli: e . Il primo indica il tempo favorevole, un avvenimento o un periodo propizio, il tempo come realtà personale da gestire per la crescita e la maturazione. Il secondo indica il tempo che scorre inesorabile e tutto consuma e annulla, una qualcosa al di sopra di ogni realtà esistente e a cui tutto soggiace. Per questo lo definivano tempus edax rerum , il tempo divoratore di tutte le cose e un filone mitologico lo impersonificava nel dio Crono ( ), figlio di Urano e Gea (cioè il Cielo e la Terra ), re dei Titani, con in mano un falcetto di selce. Era così brutale e dispotico che inghiottiva i figli man mano che la moglie Rea glieli generava. Zeus, l'ultimo nato, si salvò dalla sua voracità perché fu sostituito dalla madre con una pietra e, una volta cresciuto, depose dal trono il padre relegandolo negli abissi del Tartaro.

La concezione del tempo come realtà che scorre lenta ma inesorabile è sicuramente nata con l'uomo ed è stata personificata nel movimento apparente nella volta celeste del Sole, della Luna con le sue quattro fasi e delle stelle. Tutti i reperti archeologici ci testimoniano che le antiche culture, dall'Asia alle Americhe, adoravano questi astri come dei. Il popolo ebraico, fra i primi nella storia, ha fatto un notevole salto nella concezione della divinità ammettendo un Dio che è al di sopra del Sole, della Luna e delle stelle: il testo di Gen.1,14-18 omette intenzionalmente il loro nome perché erano divinizzati da tutti i popoli vicini e nel racconto sono semplici luminari che rischiarano la Terra , fissano il calendario e misurano il tempo dell'uomo.

Significativo è il passo della Genesi: “Dio disse: Ci siano luci nel firmamento del cielo, per distinguere il giorno dalla notte; servano da segni per le stagioni, per i giorni e per gli anni e servano da luci nel firmamento del cielo per illuminare la terra. E così avvenne: Dio fece le due luci grandi , la luce maggiore per regolare il giorno e la luce minore per regolare la notte, e le stelle. Dio le pose nel firmamento del cielo per illuminare la terra e per regolare giorno e notte e per separare la luce dalle tenebre. E Dio vide che era cosa buona. E fu sera e fu mattina: quarto giorno”. (Gen.1,14-18).

Più esplicito è il testo del Siracide: “Orgoglio dei cieli è il limpido firmamento, spettacolo celeste in una visione di gloria! Il Sole mentre appare nel suo sorgere proclama: Che meraviglia è l'opera dell'Altissimo! ... Grande è il Signore che l'ha creato e con la parola ne affretta il rapido corso. Anche la Luna sempre puntuale nelle sue fasi regola i mesi e determina il tempo. Dalla Luna dipende l'indicazione delle feste, luminare che decresce fino alla sua scomparsa. Da essa il mese prende nome, mirabilmente crescendo secondo le fasi. E' un'insegna per le milizie dell'alto splendendo nel firmamento del cielo. Bellezza del cielo la gloria degli astri, ornamento splendente nelle altezze del Signore. Si comportano secondo gli ordini del Santo, non si stancano al loro posto di sentinelle”. (Sir.43,1-2;5-11).

Ricordiamo che le due grandi feste ebraiche della Pasqua e delle Capanne (cfr.Es.23,14ss) cominciavano nel giorno del plenilunio, che capitava sempre il 14 del mese, e duravano otto giorni. Il mese prende nome dalla Luna sia perché la stessa parola ebraica jerah indicava la Luna e il mese, sia perché l'altro termine hodesh designante il mese significa anche novità, ossia luna nuova.

Che il tempo nella concezione biblica sia tutto nelle mani di Dio si vede chiaramente nel timpano romanico della cattedrale di Autun, dove si trova un bassorilievo che raffigura il Cristo cronocrator , cioè signore del tempo e si ricollega ad altre raffigurazioni di Dio come cosmocrator e come pantocrator , ossia signore dell'universo: questo è un profondo mutamento rispetto al concetto pagano del tempo che divora i suoi figli.

Sulla misura del tempo abbiamo testimonianze molto antiche: le 29-30 tacche incise su ossa di cervo, trovate in Dordogna da Alexander Marshak e risalenti al Paleolitico superiore, cioè 20.000 e più anni fa, sembrano fare riferimento al mese sinodico lunare che è di 29.5 giorni e alle sue quattro fasi. Così le file dei menhir in Bretagna risalenti a 5000 anni fa e i cromlech dell'impressionante monumento preistorico di Stonehenge rivelano un allineamento studiato per osservare il sorgere e il tramonto del Sole e della Luna agli equinozi e ai solstizi e sicuramente in altre date di interesse particolare. Lo stesso dicasi del tempio del Sole e della Luna a Mareb nello Yemen, ove le sette colonne allineate davano il punto del sorgere del Sole nei vari mesi dell'anno. Ricordiamo ancora la tomba di Newgrange in Irlanda (a 50 Km da Dublino), eretta nel 3150 a .C., in cui il Sole nascente nel solstizio d'inverno, il giorno più corto dell'anno, inviava un raggio di luce alla camera funeraria posta sul fondo di una galleria lunga 25 metri e quindi perfettamente orientata. Attualmente questo fascio luminoso si trova leggermente decentrato a motivo del graduale spostamento della direzione dell'asse terrestre rispetto al piano dell'eclittica dovuto alla precessione degli equinozi.

Non lontano da questa tomba, nel sito di Knowth, è stata trovata una pietra con un disegno che ha tutte le caratteristiche di un orologio solare: gli scavi sono ancora in corso, ma gli studiosi sono convinti che si tratti del più antico esemplare di quadrante solare mai costruito, tant'è vero che hanno chiamato la pietra sundial stone , pietra del quadrante solare.

Tutto questo ci richiama il più noto tempio di Abu Simbel in Egitto scavato nella roccia e lungo 70 metri , risalente al 1250 a .C., ove il Sole nascente, in due particolari anniversari del faraone, nascita e incoronazione (20 ott e 20 feb), mandava per pochi minuti un raggio di luce attraverso la porta fino alla parete di fondo ove era collocata la statua del faraone tra due divinità. Qualche decina di anni fa questo tempio, per iniziativa dell'UNESCO, è stato diviso in grossi blocchi dai marmisti di Carrara e “trapiantato” a diversi Km di distanza verso W e a un livello più alto di 180 metri per evitare che fosse sommerso dalle acque del lago Nasser formatosi con la diga di Assuan. Nonostante l'impegno e la competenza dei tecnici della NASA oggi il fenomeno si verifica ancora in una delle due date; l'altra è spostata di qualche giorno.

Se la misura dell'anno solare, ossia la successione ciclica delle stagioni, esigeva la osservazione del punto di levata o di tramonto del Sole o della lunghezza dell'ombra di un obelisco a mezzogiorno, la misura dei mesi e delle settimane era molto più immediata in quanto legata alla Luna e alle sue fasi e quindi probabilmente antica quanto l'uomo stesso. La Luna è stata sempre considerata simbolo di perennità e di regolarità. Da qui il valore simbolico e sacro del numero sette e la frequenza della radice indoeuropea me o men , che significa sia luna che misurare, in molte parole: mensis, mensura, menarca, menstruum, moon, mond, miesiac , etc. Nella lingua greca la parola significa mese e la parola significa Luna, mentre per indicare la Luna come oggetto brillante usavano la parola .

Più tardi certamente l'uomo si è accorto della asincronia tra il calendario lunare (mesi e settimane) e il calendario solare (le quattro stagioni) e sempre ha cercato di trovarne le corrispondenze. Ancor oggi le feste mobili come Carnevale, Pasqua, e Pentecoste sono legate al ciclo lunare e le altre, dette feste fisse, al ciclo stagionale.

Circa la divisione del giorno in parti più piccole abbiamo qualche accenno in Omero e nei libri più antichi della Bibbia che parlano di tre veglie diurne e tre veglie notturne. Una divisione più precisa la ritroviamo in Egitto, risalente al 2100 a .C., in cui i sacerdoti utilizzavano le ore decaniche di 40 minuti, ossia le ore scandite dal passaggio al meridiano di 36 stelle poste a distanza di circa 10° l'una dall'altra lungo l'equatore celeste, chiamate appunto decani . In seguito vi aggiunsero altre due ore, una all'alba e una al tramonto. Di certo la divisione della giornata in 24 parti, 12 di luce e 12 di tenebre, risale agli Assiri e Babilonesi intorno all'VIII sec. a.C., come pure la divisione sessagesimale delle ore e dell'angolo giro in 360 parti.

Questa divisione forse trova la sua spiegazione nella valutazione approssimata della lunghezza dell'anno. Il Sole infatti si sposta rispetto alle stelle di circa un grado al giorno (esattamente percorre 360° in 365,2422 giorni e ogni mese percorre una costellazione dello Zodiaco, pari a 30°, per completare dopo un anno l'intero giro). Il numero 360, insieme a 60, ha molti sottomultipli e d'altra parte la divisione naturale di un cerchio, usando la stessa apertura di compasso, è proprio quella in 6 settori di 60° ciascuno, che portano poi alla costruzione dell'esagono e del triangolo equilatero, anch'esso avente tutti e tre gli angoli di 60°.

Fin dai tempi più antichi un bastone conficcato sul terreno ha funzionato da gnomone (dal greco = conoscenza, da cui deriva = indicatore) e la osservazione della sua ombra ha portato a tre spontanee conclusioni: a) - al mattino l'ombra è molto lunga, poi si accorcia gradualmente fino a raggiungere una lunghezza minima a metà giornata, ossia all'istante in cui il Sole raggiunge la massima altezza nel cielo o culminazione e poi di nuovo si allunga andando verso il tramonto; b) - la direzione dell'ombra a mezzodì è la linea meridiana, ossia la direzione Nord-Sud. c) - nelle varie stagioni l'ombra meridiana ha lunghezza diversa: si allunga d'inverno fino a raggiungere il massimo nel giorno più corto dell'anno e si accorcia d'estate nel giorno più lungo dell'anno. Da qui sono state stabilite le date dei solstizi e degli equinozi, la durata dell'anno, l'obliquità dell'eclittica, l'inclinazione dell'asse terrestre ed altri parametri astronomici come la latitudine e la longitudine che troveranno poi una più precisa utilizzazione in epoche successive.

Lo gnomone era noto nella Mesopotamia fin dalla metà del III millennio a.C. Gli Egiziani, che avevano un culto particolare per il Sole tanto da dedicargli la città di Eliopoli, ne eressero molti e di dimensioni gigantesche. Pare che il primo sia stato eretto in Egitto dal re Phiope nel 2600 a .C. Il più alto è quello rimasto incompiuto nella cava di Assuan (m. 41.75), viene poi il Lateranense a Roma (m. 32). Nelle iscrizioni di Thutmosi III se ne menziona uno di 57 metri . Il più antico che conosciamo sta ad Eliopoli ed appartenne a Zenwosre I della XII dinastia.

Anche in Cina era molto usato e già nel 1122 a .C. l'astronomo Cen Kong ci calcolò l'obliquità dell'eclittica. Sembra che i Cinesi abbiano inventato lo gnomone a foro gnomonico, reinventato poi molto più tardi dagli Arabi, ossia un disco forato posto alla sommità dell'obelisco, che lascia passare un raggio di luce delimitato da un'ombra scura: la lettura e la misurazione ne risultano più agevolate e precise.

Molte sono le testimonianze archeologiche sull'orientamento degli edifici dedicati al culto lungo la linea meridiana, stabilita o con la osservazione delle stelle o con uno gnomone: esse risalgono in Egitto e nel vicino Oriente almeno al IV millennio a.C. Anche al Nord Europa le costruzioni megalitiche della stessa epoca sono ben orientate, come ad es. Crucuno, presso la baia Quiberon in Bretagna e Callanish nelle Ebridi. Lo gnomone era noto anche nelle civiltà precolombiane dell'America: Garcilaso de Las Vegas, scrittore spagnolo, afferma che gli Incas lo conoscevano e lo adoperavano comunemente per la misura del tempo e per l'orientamento degli edifici pubblici: basta pensare alla città di Machu Pichu in Perù.

Gli obelischi egiziani sono stati oggetto di rapine in tutti i secoli: il primo che ne trasportò via da Tebe pare sia stato Assurbanipal. Circa una ventina giunsero a Roma in epoca imperiale come misuratori del tempo e come ornamento di piazze. Durante il Medio Evo giacevano abbattuti sicuramente per i frequenti e forti terremoti verificatisi nel Lazio nella seconda metà del I millennio e furono poi rimessi in piedi nel Rinascimento. L'architetto Fontana, sotto papa Sisto V, nel 1587 ne sistemò tre: a S.Maria Maggiore, a S.Giovanni in Laterano e in Piazza del Popolo. Uno fu portato a Costantinopoli da Teodosio. Nel secolo scorso anche altre città vollero ornare le loro piazze di obelischi e da Eliopoli uno andò a Parigi nel 1836 (Place de la Concorde ), uno a Londra nel 1877 e un terzo a New York nel 1880.

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